
E se, invece di esprimere solo sdegno e frustrazione, protestassimo davvero?
Nostalgia per voi è?
...per giocare
"You just think lovely wonderful thoughts," Peter explained, "and they lift you up in the air".
"Pensate a cose straordinarie" spiegò Peter, "saranno loro a portarvi in alto"
La sera m'immergevo nella lettura di Peter Pan ma ero piccola e i miei mi mandavano a letto presto lasciando la porta di camera mia aperta... ero davvero piccola.
Camera mia era adiacente al soggiorno e allora io, cercando di non far rumore, mi mettevo con la testa ai piedi del letto per cercare di carpire la luce che arrivava dal soggiorno e poter così continuare a leggere.
Poi, prima di chiudere gli occhi, guardavo la finestra e mi addormentavo pensando che quella notte Peter Pan sarebbe venuto a prendermi.
Ci credevo davvero.
"Why can't you fly now, mother?"
"Because I am grown up, dearest. When people grow up they forget the way"
"Why do they forget the way?"
"Because they are no longer gay and innocent and heartless. It is only the gay and innocent and heartless who can fly"
"Perché non puoi volare ora?"
"Perché sono cresciuta, cara. Quando la gente cresce dimentica come si fa"
"Perché dimentica come si fa?"
"Perché non è più allegra, innocente e senza cuore. Solo gli allegri, gli innocenti e i senza cuore possono volare."
per amorosamente sedurre
DA quattro mesi, il castello di Wolinia era sotto la neve, e così, a perdita d'occhio, le sue terre, con le diecimila anime di servi-contadini, e le foreste. Il ballo di primavera a Kiev era lontano; nessun viaggio previsto a San Pietroburgo; insomma, tra i suoi quadri, i mobili inglesi, la ricca biblioteca e le porcellane cinesi, Evelina Hanska si annoiava. Il venerdì però arrivavano in slitta riviste e libri dall'Europa; quel nuovo scrittore, Balzac, la incuriosiva. Come aveva potuto scrivere Scene della vita privata, così sensibile sul cuore delle donne, e poi la cinica Fisiologia del matrimonio? Ne discusse con la figlia e due parenti povere; poi un giorno - era il febbraio del 1832 - scrisse una lettera a Balzac, firmandosi La Sconosciuta: "La vostra anima mi è parsa luminosa". Evelina aveva trent'anni; era una bellezza, appena pingue. Balzac la sposò qualche lustro dopo, ma, come aveva sostenuto, "una contessa ha sempre trent'anni".Scènes de la vie privée aveva trasformato la vita dell'indebitatissimo scrittore piccolo, grasso e senza denti in un aristocraticissimo romanzo a lieto fine.
Un libro ha la giusta distanza per l'amore; tocca lasciando lo spazio per l'immaginazione - e, come dice Pascal, è lei che mette il prezzo alle cose. Don Chisciotte e Madame Bovary lo sanno, a che stato di erotizzazione diffusa possono indurre i romanzi di cavalleria e i romanzi d'amore. Ma perfino la Bibbia può funzionare. Kafka, tra i suoi ultimi sanatori e una vacanza sul Baltico, incontra una ragazza di diciannove anni che lo strappa alla condizione già nostalgica con cui guardava la vita. È il 1923; la prima volta, la vede in cucina, con le mani insanguinate, che sta vuotando dei pesci; è sconcertato. Subito dopo però, la fanciulla gli legge un capitolo di Isaia in lingua originale. Kafka studiava allora l'ebreo; nei quaderni postumi si trovano più esercizi di ebraico che letteratura. E però anche scriveva: "Avere qualcuno che mi comprenda davvero, una donna per esempio, sarebbe avere un puntello (pied) da ogni lato". Quella Bibbia operò una provvidenziale saldatura tra i suoi bisogni; vivere con Dora allontanò i demoni, "gli sono scivolato dalle dita", diceva.
Curiosa (come sempre) di conoscere il vostro... libro galeotto
per ricordare

[...] Cosa strana: della tenebra fangosa delle profonde caverne, ove dietro ogni svolto stava in agguato la morte, Ciàula non aveva paura, né paura delle ombre mostruose, che qualche lanterna suscitava a sbalzi lungo le gallerie, né del subito guizzare di qualche riflesso rossastro qua e là in una pozza, in uno stagno d'acqua sulfurea: sapeva sempre dov'era; toccava con la mano in cerca di sostegno le viscere della montagna: e ci stava cieco e sicuro come dentro il suo alvo materno.
Aveva paura, invece, del bujo vano della notte.
Conosceva quello del giorno, laggiù, intramezzato da sospiri di luce, di là dall'imbuto della scala, per cui saliva tante volte al giorno, con quel suo specioso arrangolio di cornacchia strozzata. Ma il bujo della notte non lo conosceva.
[...] La paura che egli aveva del bujo della notte gli proveniva da quella volta che il figlio di zi' Scarda, già suo padrone, aveva avuto il ventre e il petto squarciato dallo scoppio della mina, e zi' Scarda stesso era stato preso in un occhio.
Giù nei varii posti a zolfo, si stava per levar mano, essendo già sera, quando s'era sentito il rimbombo tremendo di quella mina scoppiata. Tutti i picconieri e i carusi erano accorsi sul luogo dello scoppio; egli solo, Ciàula, atterrito, era scappato a ripararsi in un antro noto soltanto a lui.
Nella furia di cacciarsi là, gli s'era infranta contro la roccia la lumierina di terracotta, e quando alla fine, dopo un tempo che non aveva potuto calcolare, era uscito dall'antro nel silenzio delle caverne tenebrose e deserte, aveva stentato a trovare a tentoni la galleria che lo conducesse alla scala; ma pure non aveva avuto paura. La paura lo aveva assalito, invece, nell'uscir dalla buca nella notte nera, vana.
S'era messo a tremare, sperduto, con un brivido per ogni vago alito indistinto nel silenzio arcano che riempiva la sterminata vacuità, ove un brulichio infinito di stelle fitte, piccolissime, non riusciva a diffondere alcuna luce.
Il bujo, ove doveva essere lume, la solitudine delle cose che restavan lì con un loro aspetto cangiato e quasi irriconoscibile, quando più nessuno le vedeva, gli avevano messo in tale subbuglio l'anima smarrita, che Ciàula s'era all'improvviso lanciato in una corsa pazza, come se qualcuno lo avesse inseguito.
Ora, ritornato giù nella buca con zi' Scarda, mentre stava ad aspettare che il carico fosse pronto, egli sentiva a mano a mano crescersi lo sgomento per quel bujo che avrebbe trovato, sbucando dalla zolfara. E più per quello, che per questo delle gallerie e della scala, rigovernava attentamente la lumierina di terracotta. [...] Curvo, quasi toccando con la fronte lo scalino che gli stava di sopra, e su la cui lubricità la lumierina vacillante rifletteva appena un fioco lume sanguigno, egli veniva su, su, su, dal ventre della montagna, senza piacere, anzi pauroso della prossima liberazione. E non vedeva ancora la buca, che lassù lassù si apriva come un occhio chiaro, d'una deliziosa chiarità d'argento.
Se ne accorse solo quando fu agli ultimi scalini. Dapprima, quantunque gli paresse strano, pensò che fossero gli estremi barlumi del giorno. Ma la chiaria cresceva, cresceva sempre più, come se il sole, che egli aveva pur visto tramontare, fosse rispuntato.
Possibile?
Restò - appena sbucato all'aperto - sbalordito. Il carico gli cadde dalle spalle. Sollevò un poco le braccia; aprì le mani nere in quella chiarità d'argento.
Grande, placida, come in un fresco luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna.
Sì, egli sapeva, sapeva che cos'era; ma come tante cose si sanno, a cui non si è dato mai importanza. E che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la Luna?
Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva.
Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là, eccola là, la Luna... C'era la Luna! la Luna!
E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell'averla scoperta, là, mentr'ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore.
...per battezzare le cose
La Nature est un temple où de vivants piliers laissent parfois sortir de confuses paroles;
l' homme y passe à travers des forets de symboles qui l' observent avec des regards familiers.
Comme des longs échos qui de loin se confondent dans une ténébreuse et profonde unité,
vaste comme la nuit et comme la clarté, les parfums, les couleurs et les sons se confondent.
La natura è un tempio dove colonne viventi lasciano talvolta uscire delle confuse parole;
l'uomo vi passa attraverso foreste di simboli che l'osservano con sguardi famigliari.
Come dei lunghi echi che da lontano si confondono in una tenebrosa e profonda unità,
vasta come la notte e come la luce, i profumi, i colori e i suoni si rispondono.
Quanto durano le “cose”? Quando ti si rompe una valigia che ti ha accompagnato per cinque anni in giro per il globo, ti si rompe davvero solo una valigia?
La rivista statunitense Prevention ha recentemente pubblicato la ricerca di un gruppo d’esperti che ha stabilito la scadenza di una ventina d’oggetti di uso comune: tre, quattro mesi per lo spazzolino da denti (e questo si sapeva già), nove/dieci anni per un materasso (e anche questo era più o meno noto), un anno per i cuscini, tre mesi per le soluzioni per lenti a contatto, un anno per le creme, etc… Altri beni – pochi a dire il vero, come i flaconi d’alcol disinfettante e i filtri dell’acqua – hanno invece conquistato una patente d’immortalità…
Ignoravo che i cuscini “scadessero” dopo un anno, ma anche ora che lo so difficilmente riuscirei a separarmi dai cuscini che mia madre confezionò nei suoi ritagli di tempo libero per me al primo anno d’università… perché non tutte le “cose” sono solo “merci” o “beni di consumo”… non tutte le cose sono sostituibili anche se sono fabbricate in serie…
Vi sono oggetti che entrano a far parte del nostro “dilatato regno dell’anima”, che hanno essi stessi un’anima, una vita segreta... che si caricano di echi, ricordi, desideri, rimpianti, nostalgie, che diventano simboli, amuleti, feticci…che si riempiono delle presenze di chi li ha posseduti, toccati, sfiorati, di chi ce li ha affidati, donati, consegnati...
E quindi questi cuscini confezionati da mia madre non sono solo cuscini... e no, non hanno "scadenza"...