mercoledì, giugno 25, 2008, ore 23:33

Del capriccioso Caso e delle sue sembianze                            ...per battezzare le cose


La cosa più difficile da imparare nella vita è quale ponte attraversare e quale bruciare


Un video interessante dove, come in una tragedia greca attualizzata, a guidare la casualità non è una divinità bensì un deejay capriccioso ma tenero...




E viene da pensare che sono proprio le infinitesimali variabili quotidiane a indirizzare le nostre esistenze verso una direzione piuttosto che un'altra e che il caso, davvero, altro non è che una palla che rotola tra i destini degli uomini ignari togliendo loro la vita o restituendo loro la speranza con uno sgambetto, dividendone o intrecciandone i percorsi con un balzo.

 

Del resto per i Greci il caso aveva le sembianze di Tyche, “quello che capita”, una delle innumerevoli Oceanine - figlie di Teti e di Oceano - o figlia di Zeus, sempre intenta a seguire proprio i balzi imprevedibili di una palla…

 

Viene in mente il film “Il caso” di Kieslowski, in Italia noto con il titolo fuorviante Destino cieco (il Destino è contrario del Caso…), dov’è una monetina caduta dalle mani di una signora e raccolta da un barbone ubriacone a condizionare irrimediabilmente la vita del protagonista Witek.

 

[Intuizione rivisitata, ma a mio dire sviluppata superficialmente e in stile commerciale, anche da Peter Howitt in Sliding doors del 1998]

 

E infine ci si trova a passare in rassegna tutte le maschere con cui il caso si è presentato nella nostra vita condizionandola: il nulla osta per il trasferimento di corso al liceo, l'essere stati scelti per partecipare a quel convegno, l'avere aperto alle prime armi con internet un account di posta elettronica su freemail, l'aver letto quel libro di Kapuscinski in quel momento, etc etc.


Che sembianze ha assunto nella vostra?

Luna
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giovedì, maggio 29, 2008, ore 20:57

Della sublimazione dell’assenza                       Per evocare... e amorosamente sedurre
(nota a margine del precedente post)

Capitolo a sé merita la storia della "colonna sonora" del precedente (e di questo) post:

Il testo di "Les passantes" è di Antoine Pol, poeta francese nato a Douai nel 1888: capitano d'artiglieria durante la prima guerra mondiale, lavoratore in una miniera di carbone dell'Alsazia poi, nel 1945 diviene presidente del Sindacato francese degli importatori di carbone.

Scrive poesie ma resta nell'ombra fino al giorno in cui George Brassens, appena arrivato a Parigi nel 1942 dopo l'occupazione tedesca, non trova su una bancarella la sua raccolta "Emotions poétiques" del 1918. Costa appena mezzo franco e decide d'acquistarla benché Pol allora sia un poeta del tutto sconosciuto. Brassens s'innamora della poesia "Les passantes", ode sulle "occasioni lasciate ad aspettare" e "che non abbiamo saputo trattenere", e chiede a Pol il permesso di metterla in musica. Pol acconsente e i due fissano un appuntamento per conoscersi di lì a un mese. Ma Pol che allora aveva 85 anni muore una settimana prima del loro incontro, prima di poter consegnare a Brassens il segreto della genesi di quelle parole. Un'altra occasione perduta. Un altro rimpianto. Brassens inciderà la canzone solo trent'anni dopo inserendola nell'album 'Fernande'.

Alla canzone "Les Passantes" si ispira Fabrizio De André, che la traduce e inserisce nell'album "Canzoni" del 1974. De André avrebbe voluto a sua volta conoscere Brassens che considerava un maestro, ma non ci riuscì mai. Altro rimpianto. "Tra la sofferta contraddizione dell'incontro e la convinzione che è sempre meglio lasciarsi che non essersi mai incontrati, 'Le passanti' è lì a rammentarci che il desiderio corteggia quasi sempre l'assenza, un'altra vita".

Io dedico questa canzone / ad ogni donna pensata come amore / in un attimo di libertà / a quella conosciuta appena / non c'era tempo e valeva la pena / di perderci un secolo in più

A quella quasi da immaginare / tanto di fretta l'hai vista passare / dal balcone a un segreto più in là / e ti piace ricordarne il sorriso / che non ti ha fatto / e che tu le hai deciso / in un vuoto di felicità

Alla compagna di viaggio / i suoi occhi il più bel paesaggio / fan sembrare più corto il cammino / e magari sei l'unico a capirla / e la fai scendere senza seguirla / senza averle sfiorato la mano

A quelle che sono già prese / e che vivendo delle ore deluse / con un uomo ormai troppo cambiato / ti hanno lasciato, inutile pazzia / vedere il fondo della malinconia / di un avvenire disperato

Immagini care per qualche istante / sarete presto una folla distante / scavalcate da un ricordo più vicino / per poco che la felicità ritorni / è molto raro che ci si ricordi / degli episodi del cammino

Ma se la vita smette di aiutarti / è più difficile dimenticarti / di quelle felicità intraviste / dei baci che non si è osato dare / delle occasioni lasciate ad aspettare / degli occhi mai più rivisti

Allora nei momenti di solitudine / quando il rimpianto diventa abitudine, / una maniera di viversi insieme, / si piangono le labbra assenti / di tutte le belle passanti / che non siamo riusciti a trattenere

Se “Le passanti” di De Andrè è la trasposizione italiana de “Les Passantes” di Brassens che è la messa in musica di una poesia di Antoine Pol, Pol a sua volta trasse ispirazione da À une passante di Charles Baudelaire, pubblicata nella rivista L’Artista nel 1860 e l’anno successivo tra i Tableaux parisiens della seconda edizione di Fleurs du Mal.

Dattorno a me urlava la strada assordante.
Alta, sottile, in lutto stretto, maestosa nel suo dolore,
una donna passò, sollevando con la mano 
superba il festone e l'orlo della gonna;

era così agile e nobile, con la sua gamba statuaria.
Io bevevo, teso come un folle,
nel suo occhio, cielo livido in cui nasce l'uragano,
la dolcezza che incanta e il piacere che uccide.

Un lampo... poi la notte! - O fugace bellezza,
il cui sguardo m'ha ridato improvvisamente la vita,
non ti rivedrò che nell'eternità?

Altrove, ben lungi da qui, tardi, troppo tardi, forse mai! 
Io non so dove fuggi, tu ignori dove io vada.
O te che avrei amato, o te che lo sapevi!

È un’altra ode alla “nostalgia degli amori impossibili, irrealizzati per forza d'inerzia, per non aver saputo abbandonare il principio di realtà, la propria stanza, il treno, la strada maestra dalla vita”.

A questo testo s’ispirarono anche, tra gli altri, Guy de Maupassant (
L’inconnue) e Guillaume Apollinaire (Rosemonde).

E c’è anche chi ha visto un rimando anteriore nella poesia Alla sua donna di Giacomo Leopardi del 1823 e scrive
:

“L’oggetto del desiderio non solo è lontano, ma non è figurabile, non solo lascia vuoto il desiderio, ma si sottrae alla rappresentazione stessa, si ritira nel bianco silenzio delle orme assolute, in un oltretempo che se ha un ritmo ha il ritmo delle stelle. La sua donna è ‘la donna che non si trova’”

E ancora:

“Se la donna del canto leopardiano vive, senza volto, in un oltretempo stellare, la passante baudelairiana si muove, con eleganza insieme severa e mondana, nel rumore della città: ma un lampo degli occhi, la tempesta di uno sguardo, dischiudono un tempo altro, il tempo di una rinascita, sfiorata e subito inghiottita dalla notte, il tempo di un amore mai vissuto, eppure in grado di scuotere il corpo più di ogni altro coltivato amore"

Luna

martedì, maggio 27, 2008, ore 15:24

Dell'amore "mobile"                                       Per evocare... e amorosamente sedurre

"Il paradiso e' uno sguardo ricambiato che sfugge per sempre verso la luce, ma lascia consapevolezza del possibile. Vivere è, alla fine, soltanto non chiudere gli occhi" 

"On songe avec un peu d'envie / A tous ces bonheurs entrevus / Aux baisers qu'on n'osa pas prendre / Aux cœurs qui doivent vous attendre / Aux yeux qu'on n'a jamais revus"

"Il mio sogno è nutrito d'abbandono, / di rimpianto. Non amo che le rose / che non colsi. Non amo che le cose / che potevano essere e non sono / state..."

Si inizia con uno sguardo o con un timido sorriso... Talvolta la promiscuità della folla consente di osare un contatto fortuito... Pochi audaci rompono quel muro di silenzio carico di sottintese ambiguità...

Sono "amori brevissimi e fugaci", "colpi di fulmine mancati"... Durano il breve spazio di una corsa in metro o in autobus quando accade che lo sguardo si posa su quello dell'altro e lo segue finché non scompare e si perde tra le migliaia di possibilità mai successe...  

A Parigi rivedere "quello sguardo incrociato in metro"  non è più così difficile. Un sito, Paribulle, ospita i numerosi "annunci di ricerca" di chi vuole ritrovare uno sguardo intercettato o un sorriso ricambiato su uno dei tanti mezzi di trasporto pubblico del comune parigino... "Ti ho visto oggi alle 10.00. Mi pare che tu sia salito a Nation, poi io sono scesa a Charles de Gaulle... Tu eri alto, moro, e leggevi un giornale... Io ero alta, bionda, occhi verdi e indossavo un abito grigio". E ancora: "Ti ho vista oggi alle 11.50 all'uscita dell'hotel... probabilmente in attesa di un taxi. Tu eri bella, sensuale, la donna che già al mattina esprime freschezza. Ricordo i tuoi occhi scuri e il tuo sorriso... Io passavo di là, ti ho guardata, ho provato un'emozione forte, avrei voluto farti una domanda banale ma mi è mancato il coraggio"... C'è in questi annunci l'anelito verso una felicità solo intravista nel nostro perenne "mobile" vivere quotidiano e il rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato, struggimenti e desideri che qualcuno ha pensato persino di studiare...

"Esistono forme amorose proprie delle situazioni di mobilità. Non sono necessariamente mitiche come quelle del Titanic o dell'Orient Express, ma possono insegnarci molte cose sulla realtà umana" osserva Georges Amar, responsabile dell'équipe "Prospective et Conception Innovante" che - dopo aver setacciato 600 annunci pubblicati trambre 2006 e l'ottobre 2007 - ha pubblicato la ricerca  "L'Amore mobile, uno studio in 5 atti dei racconti di colpi di fulmine nel metrò" commissionata dalla Ratp, la compagnia che gestisce i trasporti parigini... E continua: "Il 'romanzesco' nel metrò ha delle caratteristiche particolari che si accordano con la modernità: è speed, ritmato dai movimenti della città, fatto di sequenze spezzate, uno strano miscuglio di virtuale e reale (ma mi ha veramente sorriso o me lo sono sognato?)... E' fatto di elementi microscopici ma in gran numero... E' fatto di 'plancton', invisibile tanto ciascuna unità è piccola, ma la massa accumulata è enorme (le balene non si nutrono che di esso!)..." 

"Per pietà", replica un lettore di Liberation, "non fate degli studi. Non mettete l'amore, la poesia dell'incontro in equazioni, in analisi. Siate gentili. Lasciateci soli a ricordare quegli incontri, quelle improbabili occasioni mancate. Lasciateci rivedere i film dei nostri sguardi scambiati, delle silhouette svanite. Lasciateci liberi" e noi vogliamo unirci a questa richiesta e rimanere soli a ricordare le nostre occasioni "mobili" mancate...

Ecco la mia:

Roma. Metro A. Fermata Termini. Banchina direzione Battistini.
Ti ho visto due anni e mezzo fa. Era sera. Io andavo al cinema. Tu rincasavi dall'ufficio. Io attendevo alla banchina. Tu eri già sulla carrozza del metrò. I nostri occhii si sono incrociati non appena si sono schiuse le porte. Io salendo ho abbassato timida lo sguardo e ho trovato posto al tuo fianco destro. Spalla contro spalla. Tu eri alto e avevi riccioli neri. Indossavi un abito scuro. Io ero nel mio momento 'gotico', indossavo un giubbotto di pelle nera e una gonna nera a balze e pizzi. Guardavo avanti a me.
Fermata Repubblica.
Un uomo si è fatto largo per uscire con una tale forza da trascinarmi con sè e farmi quasi inciampare nel vuoto tra la carrozza e la banchina. Il tuo braccio mi ha afferrata sicuro eppure lieve e mi ha ricondotta accanto a te. "Maleducato" hai esclamato verso l'uomo oramai lontano e poi a me: "Si è fatta male?". "No, nulla... grazie". Spalla a spalla, di nuovo. Le porte si sono richiuse e, mentre il treno riprendeva la sua corsa, cercavo d'intercettare il riflesso del tuo sguardo sul vetro della carrozza e intanto sentivo il peso dei tuoi occhi sulla mia nuca, lo sentivo come una carezza lieve nell'incavo della clavicola. Brivido.
Fermata Barberini. La mia.
Scendo. Non so se salutarti o meno. Sei tu che rompi il silenzio. "Buona serata" mi dici. E io: "Grazie. Anche a lei".

E le vostre??

Luna

venerdì, maggio 23, 2008, ore 13:14

per ricordare

Falcone e la sua scorta

"La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine"

Giovanni Falcone (18 maggio 1939 – 23 maggio 1992)

Luna
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giovedì, maggio 22, 2008, ore 18:45

per riflettere...

...sul "pacchetto sicurezza"*

Als sie die Kommunisten geholt haben, habe ich geschwiegen
- denn ich war ja kein Kommunist.

Als sie die Sozialisten und Gewerkschafter geholt haben, habe ich geschwiegen
- denn ich war ja keins von beiden.

Als sie die Juden geholt haben, habe ich geschwiegen
- denn ich war ja kein Jude.

Als sie mich geholt haben, hat es niemanden mehr gegeben,
der protestieren konnte.

Quando vennero a prendere i comunisti, io non dissi niente
perché non ero comunista.

Quando vennero a prendere i socialisti e i sindacalisti, io non dissi niente
perché non ero né socialista né sindacalista.

Quando vennero a prendere gli ebrei, io non dissi niente
perché non ero ebreo.

Quando vennero a prendere me, non era rimasto più nessuno
che potesse protestare.

[Poesia attribuita a Martin Niemöller]

* le prime critiche

Luna
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mercoledì, febbraio 14, 2007, ore 13:56

per giocare

Una fragola intrisa di cioccolato al posto della 'g' per augurare un Happy Valentine's day... ma la 'elle' dov'è finita?
Luna

sabato, settembre 16, 2006, ore 15:25

Ci siamo, piove!

ombrellolilla"Da ragazzo mi piaceva il rumore della pioggia. Soprattutto al mattino, nel dormiveglia, quando confusamente, fra i vapori d'un sogno grigioferro, la sentivo insinuarmisi nelle orecchie con lo strepito d'una voliera; ovvero simulare uno scalpiccio di piedi, come per una marcia longa o un si salvi chi può. Ci siamo, piove!"

Mi piace il rumore della pioggia e più di tutto mi piace il suo odore... il profumo di terra bagnata e l'atmosfera livida che tutto ovatta e tutto avvolge... In giorni così mi piace raggomitolarmi in un plaid, sorseggiare un tè mentre ascolto un cd, leggo un libro o guardo un dvd (o faccio le tre cose insieme...).

Oggi però m'avresti vista farmi beffa della pioggia: un ombrello lilla in mano e il catalogo dell'agenzia viaggi sul mar caraibico sotto braccio... e poi - che importa se piove? - comprare un nuovo paio d'occhiali da sole... che sabato si va al mare... e che mare!

Luna

domenica, agosto 27, 2006, ore 02:09

per scongiurare

Stasera all'arena

The heart dies a slow death, sleeding each hope like leaves. Until one day there are none

Luna
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sabato, agosto 26, 2006, ore 02:23

un giorno (forse) aprirò una porta d'entrata

Luna
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